Prendiamo il primo che passa

Pubblicato il 10 marzo 2026 alle ore 09:00

Quando nel sociale la carenza di personale diventa improvvisazione professionale

Quante volte capita di sentire che, in un servizio sociale, in una scuola o in una comunità, ci sono assenze del personale per malattia o maternità e che, per coprirle, venga assunta la prima persona disponibile?

Anche senza formazione: basta che sia una persona gentile, disponibile e con l’attitudine giusta.

Donna che ferma qualcuno per strada, immagine simbolica sulla sostituzione del personale educativo non specializzato

Se devo fare un piccolo spostamento con i mezzi pubblici, non mi interrogo su quale abbia più comfort, tanto il viaggio è breve. A parità di costo, prendo il primo che passa, mi importa solo arrivare a destinazione il prima possibile.

Metaforicamente parlando, questo è ciò che accade - nemmeno troppo di rado - nel settore educativo e socio-sanitario.

Sembra impossibile. Eppure non lo è. 

Non ne ho la certezza, ma mi sento di poter dire che in altri settori non ci sia questa stessa leggerezza nel sostituire figure specializzate con chiunque.

Se manca un ingegnere, viene sostituito con la prima persona che passa, purché abbia una buona attitudine alla progettazione?
Non credo proprio.

Un po’ per deontologia, un po’ per sicurezza.

Io non mi sentirei sicuro ad attraversare un ponte progettato da una persona la cui unica caratteristica sia una buona attitudine. Ma dovrei invece sentirmi al sicuro a lasciare un mio familiare affidato a un servizio senza personale specializzato?

Non è esagerato il parallelismo, e ora capiamo il perché.

Dobbiamo parlare di due aspetti.

Il primo riguarda la qualità del lavoro che il servizio offre alle persone che accoglie.
Com’è possibile che un educatore scolastico assente per malattia venga sostituito da un ragioniere con buone attitudini relazionali?

Possiamo anche concedere tutta la buona volontà del mondo. Ma la buona volontà non sostituisce una formazione.

Proprio l’altro giorno mi è capitato di sentire una storia del genere: un’educatrice scolastica che non ha mai studiato né lavorato nel sociale. Si è presentata un’occasione e l’ha colta.
Buon per lei, ma davvero non c'erano alternative?
Quella persona si è trovata a lavorare con minori in situazioni di grande vulnerabilità: sospetti di abuso, disabilità cognitive, contesti di emarginazione.
Come si può pensare che abbia gli strumenti per affrontare situazioni di questo tipo?

Inevitabilmente, finirà per improvvisare, fare ciò che ritiene meglio secondo il suo buon senso. Nella migliore delle ipotesi, avrà colleghi o responsabili che cercheranno di guidarla e sostenerla. Ma la peculiarità del lavoro relazionale risiede proprio nel fatto che non ci sono strumenti terzi, quelli sono solo un supporto, la risorsa principale è il dialogo consapevole, e quello non puoi suggerirlo: lo si destreggia nel tempo, grazie alla formazione e l'apprendimento.

Non stiamo parlando di un compito semplice o neutro. Stiamo parlando di lavorare con minori in condizioni di vulnerabilità, dentro contesti che richiedono lettura educativa, capacità relazionale, osservazione, collaborazione con équipe e servizi.

Non è una critica alla persona che accetta il ruolo, è una critica al sistema che lo consente.

Il secondo aspetto riguarda il riconoscimento delle professioni sociali.

Noi, professionisti sociali, già fatichiamo a ottenere riconoscimento economico, istituzionale e simbolico: siamo poco valorizzati e in lotta da anni per far capire sia agli altri, sia a noi stessi, che siamo professionisti, non volontari; che il nostro è un lavoro e non solo una vocazione.

Come possiamo chiedere maggiore legittimazione delle nostre professioni e delle nostre competenze se poi, nei fatti, siamo sostituibili dalla prima persona con buone intenzioni che passa per strada?

Tanto di cappello a chi prova a mettersi in gioco. Magari sta anche studiando, cercando di recuperare quel gap di conoscenze e ben venga.

Il problema sono i servizi, le cooperative, le organizzazioni che di fronte alle difficoltà finiscono per mettersi da sole in difficoltà.

Non possiamo chiedere che il lavoro sociale venga riconosciuto come professione, se per primi lo trattiamo come un ruolo alla portata di chiunque.

 

Marco Vanzini per #ImpegnoSociale


Temi trattati in questo articolo:

  • lavoro sociale;

  • professione;

  • riconoscimento professionale;

  • educazione;

  • supporto pedagogico;

  • scuola;

  • istruzione


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