Vietato invecchiare!

Pubblicato il 22 aprile 2026 alle ore 07:11

Qualche giorno fa su Instagram è circolata la notizia che Madonna - la cantante - ha cambiato la propria età anagrafica: non più 67 anni, ma 42. Una provocazione, certo, ma anche un segnale piuttosto chiaro di quanto l’età sia diventata un dato negoziabile e quasi imbarazzante da dichiarare.

Nel leggere la fake news sorridiamo. Eppure, quante volte è accaduto di ritrovarsi a sorridere, pure compiaciuti, perché qualcuno nel chiederci l’età e, dopo aver sentito la cifra, ha esclamato: «e chi l’avrebbe mai detto, sembri molto più giovane»?

È una scenetta piuttosto comune, e la reazione è quasi automatica. Nonostante ciò, l’essere deliziati del non mostrare l’età che si ha dice molto più di quanto sembri. Infatti oggi non è solo la giovinezza a essere considerata un valore: lo è anche il suo simulacro. Non basta essere giovani, bisogna apparirlo. E tanto più è grande la discrepanza tra apparenza e dato di fatto e tanto più è degna di lode. E così l’età adulta diventa un dato da nascondere, qualcosa da camuffare. O, ancor meglio, da tacere direttamente.

E quindi, chi non indovina la nostra età perché sembriamo più giovani ci sta difatti facendo un complimento. Perlomeno è così che lo interpretiamo.

Nonostante il sembrare più giovani ci paia una cosa tutta positiva, non è sempre stato così. In alcune società arcaiche, in cui la memoria orale era centrale, l’anziano occupava una posizione socialmente di rilievo. Difatti erano proprio coloro che venivano sentiti come i depositari di un sapere ottenuto tramite l’esperienza. L’età era una forma di sapere: non teorico, ma empirico.

Oggi questo equilibrio si è spostato. Da un lato, il sapere sembra essersi esternalizzato: è delegato non più all’adulto, ma a strumenti accessibili e immediati come internet. Dall’altro, ciò che viene premiato è l’efficienza. E l’efficienza, nel nostro immaginario, appartiene al giovane che, per definizione, pensiamo come veloce, adattabile, permeabile e performante. Non solo, attualmente chi è anziano ha un’esperienza di mondo che le generazioni attuali sentono come passato. E, dunque, non più fungibile.

E forse è anche per questo che i segni del tempo diventano un problema. Non siamo più abituati a guardarli, né a riconoscerli come parte del ciclo vitale poiché l’esistere denuncia l’appartenenza a un mondo che si sente come già trascorso. Ma infatti, se riflettiamo con più attenzione, un sintomo di ciò sono i tanto bistrattati filtri di Instagram che non sono da interpretarsi come la causa di questo slittamento, ma come una delle sue conseguenze più evidenti. Servono a mascherare, a levigare, a riportare tutto entro un ideale di giovinezza permanente, poiché i giovani sono coloro che sono sentiti al passo con il mondo in mutamento. Ed è naturale che noi tutti vogliamo far parte di questo eterno e velocissimo cambiare.

Però, a uno sguardo un po’ più attento, notiamo che la pressione, non si distribuisce in modo uniforme: colpisce soprattutto le donne. Un uomo che invecchia acquisisce fascino, persino autorevolezza. E, infatti, nell’immaginario comune esiste il “saggio” ma molto meno “la saggia”.

L’uomo, dunque, può permettersi di incarnare una forma di saggezza dettata da un’estetica in linea con l’età che passa. Una donna, invece, rischia di essere, all’occhio della società, svalutata se non interviene sul proprio aspetto. I segni del tempo, dunque, vengono letti come trascuratezza. Basti pensare a una donna che non si copre i capelli bianchi con la tintura: è vista come una persona che non si prende abbastanza cura di sé; la ricrescita è esempio di sciatteria. Al contrario, non è così per l’uomo: il brizzolato, si sa, non è sciatto ma pieno di fascino.

Ma ciò lo si osserva anche nel modo in cui interpretiamo la medicina estetica. Per una donna, ricorrere a trattamenti è considerato normale, quasi auspicabile. Per un uomo, la stessa soluzione resta meno scontata, a tratti ancora stigmatizzata. In poche parole: è come se la donna dovesse continuamente negoziare la propria legittimità attraverso l’apparenza, mentre al contrario all’uomo non è domandato questo sforzo.

Non è un caso che si può domandare l’età a un uomo, ma invece si dice che “non si chiede l’età a una donna”. Non è una forma di galanteria, ma il segno di un disagio più sottile nei confronti dell’estetica. L’età, per le donne, non è un dato neutro: è qualcosa da coprire e mascherare.

E allora la domanda non è più se invecchiare sia inevitabile. Spoiler: lo è.

La domanda è perché oggi sembri valere una nuova versione del buon vecchio slogan dadaista “vietato vietare”: in cui, però, l’unica cosa davvero vietata è invecchiare.

Erika Massimo per #ImpegnoSociale

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Temi trattati in questo articolo:

  • Invecchiamento;

  • Donna;

  • Età;

  • Performance.

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