Professione stagista

Pubblicato il 6 maggio 2026 alle ore 11:14

Superare la media di solito è motivo di orgoglio, peccato che quando si parla di disoccupazione giovanile è più a una condanna che a un traguardo. Infatti, stando ai dati ISTAT 1 , il tasso di disoccupazione in Italia ha raggiunto il 19,7%, ben al di sopra della media europea (14,4%). Il divario è significativo e racconta una realtà che smentisce anni di promesse politiche. Difatti, l’Italia è ancora lontana dall’obiettivo di un’occupazione giovanile solida.

Eppure, per anni il messaggio trasmesso è stato forte e chiaro: studiare era la chiave per aprire le porte del mondo del lavoro, e dunque per garantirsi un futuro migliore. Infatti, il momento in cui ci si iscriveva alle superiori prima e all’università dopo era caricato di senso poiché sembrava essere uno di quelli che avrebbe potuto determinare un intero arco di vita. E i giovani hanno fatto esattamente questo: diploma, laurea triennale, laurea magistrale, spesso anche un master di primo e secondo livello. Un percorso lungo e impegnativo.

E, a dirla tutta, anche molto costoso.

Ma i sacrifici si fanno in nome di un futuro che si auspica il più brillante possibile. Si raggiungono traguardi, e ancora con la corona d’alloro in testa si pensa ai curricula da inviare.

E se ne inviano di tonnellate, si cerca su tutti i siti di offerte di lavoro possibili. Ma c’è un problema: una volta finito di studiare, il lavoro desiderato non arriva. Al suo posto, invece, si apre una fase indefinita fatta di stage, spesso curriculari e, quindi, non retribuiti. E, nel peggiore dei casi, persino privi di un rimborso spese o di ticket mensa.

Ma non solo: lo stage dovrebbe rappresentare un ponte tra formazione e lavoro, un momento di passaggio che permetta al giovane di inserirsi e continuare ad apprendere. E invece, a ben vedere, si è trasformato in una sorta filtro sociale. Se non viene retribuito almeno un minimo, se non vengono almeno garantite i rimborsi spesa, non tutti possono permettersi di lavorare gratis per mesi. Chi riesce a farlo, nella maggior parte dei casi, è perché può contare su un sostegno familiare. Questo introduce una discriminazione silenziosa ma concreta: l’accesso al lavoro dipende anche dalle condizioni economiche di partenza. Più che uno strumento meritocratico, lo stage rischia di diventare quindi l’ennesimo (paradossale) privilegio.

La disoccupazione giovanile in Italia: dati, cause e possibili soluzioni - VitadaEconomista

Inoltre, si osserva un altro fenomeno, quello del mismatch verticale: i giovani altamente formati si ritrovano spesso a svolgere mansioni inferiori rispetto alle proprie competenze e talvolta sotto la supervisione di figure meno qualificate sul piano accademico. L’esperienza pratica resta fondamentale, ma il sistema attuale produce un cortocircuito evidente. Più si è formati, meno si trovano spazi adeguati. Le aspettative crescono, le opportunità si restringono.
C’è poi un elemento ancora più critico. Se un tempo lo stage rappresentava una porta d’ingresso nel mondo del lavoro, oggi in molti casi è diventato un meccanismo di rotazione continua. Le aziende inseriscono stagisti per periodi limitati, senza reali prospettive di assunzione, alimentando un ciclo che si ripete all’infinito. Il risultato è un utilizzo sistematico di lavoro qualificato a basso costo, quando non completamente gratuito. E allora, forse, più che formare potremmo dire che questo sistema tende a consumare risorse.
La precarietà giovanile non è un fenomeno transitorio, né un’anomalia passeggera. È un problema strutturale che riflette limiti profondi del sistema, che si muove tra miopia e inerzia. Continuare a leggerla come una semplice fase di passaggio significa ignorarne gli effetti più evidenti: la fuga di cervelli e un senso di sfiducia sempre più diffuso.

Serve un cambio di prospettiva reale. I giovani non possono essere trattati come risorse temporanee da impiegare e sostituire, ma come capitale umano su cui investire in modo serio. Altrimenti il rischio è quello di consolidare un modello che pretende sempre di più ma restituisce sempre meno.

E a questo punto, chiamarla precarietà diventa quasi un eufemismo: è una forma stabile di esclusione.

Erika Massimo per #ImpegnoSociale


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Temi trattati in questo articolo:

  • stagista,
  • disoccupazione,
  • precarietà,
  • lavoro.

Referenze:

  • Employment and unemployment (provisional estimates) – July 2025 – Istat

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