E tu ci vai dallo strizzacervelli?

Pubblicato il 23 febbraio 2026 alle ore 13:00

C’è da sempre una certa ritrosia nel dire che si va in terapia. Quando arriva il giorno dell’appuntamento, con gli altri restiamo sul vago: “ho un impegno”, diciamo; oppure, se vogliamo essere un po’ più specifici, “ho una visita”.

Uomo (Woody Allen, mogli e mariti) sdraiato su un lettino durante una seduta di terapia psicologica mentre una terapeuta prende appunti, con titolo sovrapposto “E tu ci vai dallo strizzacervelli?”

C’è qualcosa di pudico nell’ammettere che si va dallo strizzacervelli: è come se si attivasse la sensazione di andare a compiere chissà quale losco malaffare. Tanto che finiamo per farci i fatti nostri e non dire a molti che stiamo affrontando un percorso di supporto psicologico. Eppure, a ben vedere, nonostante strizzacervelli sia un calco approssimativo dall’inglese headshrinker (letteralmente: «colui che riduce le teste»), e nonostante porti con sé un tono vagamente dispregiativo, racchiude in realtà un’immagine molto puntuale: quella dello strizzare qualcosa dal cervello che però se può uscire significa che lì dentro c’era già.

Difatti, la parola racchiude un’intera prassi: lo psicoterapeuta è colui che, maieuticamente, fa emergere ciò che nel cervello era già in embrione. In poche parole: porta a essere ciò che in noi già esisteva, eppure non siamo riusciti a richiamare a noi.

Ed ecco che, proprio come una levatrice socratica, la terapia ci dà i mezzi per mettere al mondo una nuova consapevolezza di noi stessi. Ma, a ben vedere, tutti questi concetti non sono altro che una lunga perifrasi della frase che leggiamo ovunque: la risposta è dentro di te. E dunque, quello che viene strizzato non è altro che il succo (talvolta molto concentrato) di una consapevolezza o di un movimento di pensiero che era già parte della nostra interiorità.

Le generazioni più adulte, però, con tutto questo strizzare non sempre sono pacificate. Infatti, si deve a quelle nuove una maggiore consapevolezza dell’importanza della cura di sé, non solo estetica ma anche mentale. Le statistiche parlano chiaro: la Gen Z e i Millennials sono «più disposti ad accedere alla terapia rispetto alle generazioni precedenti». Non solo: una larga parte ritiene che sia necessario «ampliare i servizi di supporto psicologico, ritenendo prioritario l’aumento delle risorse rispetto alla semplice riorganizzazione di quelle esistenti».

Le generazioni precedenti, invece, tendono ancora ad avere una certa resistenza nei confronti della terapia. Probabilmente le motivazioni sono un insieme di cause e concause.

Una delle domande che potremmo porci è perché ci troviamo eredi di una generazione che ha vissuto la terapia come un fatto da nascondere. Una possibile risposta è che i cosiddetti Baby Boomers (i nati tra il 1946 e il 1964) siano cresciuti in un mondo in cui si doveva lavorare molto per tirare a campare, dentro una realtà che procedeva a una velocità diversa da quella odierna e con un ispessimento minore degli stimoli esterni.
E con ogni probabilità vedeva l’essere umano come protesi e strumento di un’economia, spesso domestica, da portare avanti senza lasciare troppo spazio ai se e ai ma della vita. La fallacia era sintomo di improduttività e questo, in un’economia precaria, non era un lusso che ci si potesse permettere. Non a caso si tendeva a non mostrare l’impasse, e si finiva per rispondere (e per rispondersi) che va tutto bene, mentre dietro il sorriso di circostanza proliferavano carie piene di emozioni non processate e lasciate germinare nel sottosuolo della propria interiorità.

Ma la Gen Z non ci sta più: l’essere umano non è un prodotto esclusivamente lavorativo; non è una continua performance da esibire. Possiamo permetterci di fermarci, di rallentare e di sentirci liberi di chiedere aiuto. E anzi, oggi riconoscere di aver bisogno di una mano è una chiara green flag: non è dunque debolezza, ma consapevolezza.

Durante il percorso della sua malattia, Michela Murgia osservò con parole puntuali che sono proprio gli organismi complessi a esperire la fallacia. Possiamo allora guardare la nostra mente allo stesso modo: come a un sistema complesso, talvolta in contrasto con se stesso e incoerente. La complessità implica e contempla l’errore, ma è al tempo stesso questa nostra stratificazione interiore a rendere possibile la coscienza dell’inciampo. In sintesi, la fallacia non è un difetto da estirpare: è solamente un segno del fatto siamo sistemi vivi e attraversati, dunque, da contraddizioni. E forse proprio per questo, invece di combattere le nostre zone d’ombra ignorandole, dovremmo riconoscerle come prova della nostra irriducibile complessità che altro non è la cifra stessa dell’esperienza umana.

 

Erika Massimo per #ImpegnoSociale


Riferimenti:


Temi trattati in questo articolo:

  • psicoterapia;

  • stigma sociale;

  • salute mentale;

  • cultura del silenzio;

  • supporto psicologico;

  • pregiudizio.

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Commenti

Gianfranco Triolo
9 ore fa

C'è ancora molto pregiudizio nei confronti della terapia psicologica, soprattutto per chi è della mia generazione, ed è un peccato.
Io me ne sono accorto troppo tardi del beneficio che può dare