Ancora cinque minuti di scrolling

Pubblicato il 7 aprile 2026 alle ore 16:02

Quante volte ti è capitato di dirti, magari con un certo gusto, che quella mezz’ora libera te la vuoi proprio godere facendo niente sul divano? Afferri la copertina, ti togli le scarpe: meritato riposo, pensi.

Controlli le notifiche, dai un’occhiata a cosa dice il mondo dei social: scorri qualche carosello su Instagram, ti fai due risate sugli strani gruppi che compaiono, non si sa bene per quale ragione, sulla tua bacheca di Facebook. Poi passi su TikTok e poco dopo sull’altro social dalla natura ancora un po’ incomprensibile che è X. Scrolli, metti like, lasci qualche visualizzazione, invii dei video in direct ai tuoi amici. Ed ecco che in un niente la mezz’ora (o forse un’ora intera) è già volata via: ti risvegli come da uno stato di trance. Che ne è stato di te per tutto quel tempo non sapresti dirlo con precisione, dopotutto eri in modalità pilota automatico.
Avverti una certa insoddisfazione, la sensazione di aver buttato via un’ora, se va bene, del tuo tempo che avresti potuto usare meglio. Non solo: ti senti anche un po’ infastidito da te stesso. Eppure, altri cinque minuti a guardare i reel ce li passeresti ancora. D’altronde, là sopra c’è sempre qualcosa che attira l’attenzione. È quasi come se l’algoritmo ti conoscesse. O, peggio ancora, come se sapesse anticipare ciò che piace e ciò che non piace. 

Ti ritrovi così ad aver consumato il tuo tempo e a sentirti pure un po’ alienato da te stesso. Allora vai nelle impostazioni del cellulare e clicchi sulla funzione Limite giornaliero: se non riesci a controllarti da solo, che sia, ancora una volta, il cellulare a farlo per te.

Se ti sei trovato in questa situazione, tranquillo: non sei affatto solo (purtroppo!). Anzi, sei in così buona compagnia che per descrivere questo comportamento è stato persino coniato un termine: mindless scrolling, ossia l’abitudine di continuare a scorrere contenuti online per troppo tempo, spesso senza nemmeno accorgersene.
La risposta al perché finiamo così facilmente risucchiati dai social la conosciamo già. Il colpevole è il tanto nominato algoritmo. Come funzioni davvero, però, non lo saprei dire. Infatti, nella mia testa ha le fattezze di uno stregone intento a indovinare ciò che ci aggrada grazie a incantesimi e palle di cristallo. Praticamente, una cosa ben lontana dalla realtà fatta di codici, calcoli e formule matematiche. Ma questo ha anche a che fare con il fatto che della tecnologia spesso conosciamo la teoria senza comprenderne davvero la sua applicazione. Sappiamo di cosa è fatta, ma non come funziona davvero. Un po’ come uno studente che studia a memoria: ripete il concetto, ma non lo capisce fino in fondo.

E di fatti, i social sembrano funzionare proprio così: come una continua ripetizione. Tutto è seriale, tutto è trend. Nell’epoca in cui siamo costantemente esposti in una vetrina digitale e il nostro orizzonte di possibilità è potenzialmente vastissimo, finiamo invece per individuare un format e replicarlo all’infinito. È come se i social fossero la piazza in cui gli artisti di strada si imitassero l’un l’altro in una continua ripetizione dell’identico. Se un format va di moda, in una sorta di strano meccanismo imitativo, non solo vuoi consumare proprio quel tipo di contenuto visivo ma ti viene anche voglia di riprodurlo tu stesso.

Questo meccanismo lo ha spiegato molto bene l’antropologo e critico letterario René Girard con la teoria del desiderio mimetico: non desideriamo gli oggetti per il loro valore intrinseco ma perché vediamo altri desiderarli. La pubblicità sfrutta da sempre questo principio mostrando modelli desiderabili (celebrità, persone di successo, gruppi sociali) che possiedono o desiderano un certo prodotto. Il soggetto finisce così per imitare il desiderio del modello, associando quel bene allo status o allo stile di vita rappresentato. Il prodotto diventa allora oggetto di un desiderio mediato: lo vogliamo perché altri, che dallo schermo sembrano molto cool, lo vogliono.

Così, sui social, finiamo per inseguire e alimentare i trend: consumiamo immagini, format, modi di parlare e subito dopo li replichiamo in un continuo gioco di imitazioni. Imitiamo perché desideriamo, e proprio in questo modo si entra nel meccanismo mimetico che alimenta la macchina dei social.

Infatti, mentre crediamo di essere semplicemente i consumatori di un prodotto visivo, accade qualcosa di più sottile: si diventa, a nostra volta, parte di ciò che consumiamo. Perché nel momento in cui imitiamo, riproduciamo o rilanciamo i contenuti, non ci limitiamo più a guardare i social: li stiamo nutrendo. E mentre pensiamo di usufruire di contenuti creati per un pubblico fisicamente assente, si scopre troppo tardi che il prodotto siamo diventati noi. E ci ritroviamo, quindi, oggetti nelle mani di un algoritmo fagocitante: da consumatori, lentamente, siamo diventati consumati.

 

Erika Massimo per #ImpegnoSociale

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Temi trattati in questo articolo:

  • Social network;

  • algoritmo;

  • triangolo mimetico;

  • mindless scrolling.

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