In quest'ultimo periodo sto trascorrendo un sacco di tempo su Facebook.
Già, sto passando ore nei gruppi di Facebook. Lo sto facendo in particolare per un motivo: sto osservando come funziona questa "nuova frontiera" dell'auto-mutuo aiuto dei caregiver: persone che scrivono chiedendo consigli o condividendo esperienze. È un fenomeno che mi incuriosisce parecchio e sul quale ci scriverò.
Mi capita di leggere post nei quali qualcuno chiede consigli su che cosa fare in situazioni molto complesse. E non sono pochi, anzi. Vengono raccontate situazioni di persone allo stremo delle forze, che non sanno più da che parte girarsi per provare a risolvere situazioni - per lo più relazionali ed educative - per cercare pareri o esperienze da chi ne ha passate di simili. Ma tra le tante cose che hanno attirato la mia attenzione, ce n’è una in particolare.
Una mamma, per esempio, chiedeva che cosa fare con una figlia che da settimane si rifiutava di andare a scuola e che lei descriveva come oppositiva. Tra commenti creativi e passivo-aggressivi, ne spuntavano un paio con un’indicazione molto chiara: «Chiama subito uno psicologo».
La mia prima reazione è stata: ma come, uno psicologo? Perché non un pedagogista o un educatore?
Uno psicologo può certamente essere un riferimento pertinente. Il suo lavoro comprende anche prevenzione e sostegno, e da quel post non possiamo sapere quale aiuto serva a quella ragazza e alla sua famiglia. Quello che mi colpisce, leggendo questi scambi, è quanto poco vengano nominate le competenze educative. Mi chiedo come mai entrino così raramente tra le possibilità considerate.
Sempre in questi giorni, invece, con PedagoIS (il progetto di supporto a genitori e caregiver) sto promuovendo un corso sulla comunicazione tra figli e genitori. Sotto uno dei post mi arrivano sfilze di commenti del tipo: «Voi e la vostra psicologia state tirando su figli smidollati».
Tralasciando il resto, mi permetto di rispondere che psicologia e pedagogia hanno alcuni punti di incontro, ma sono due discipline distinte. Con domande, prospettive e competenze proprie.
Niente da fare. Il mio tentativo di chiarire la differenza non sembra arrivare a destinazione.
Vabbè, torniamo a noi.
Ma possibile che ci conoscano così in pochi?
Questa domanda mi ha fatto tornare in mente un passaggio che avevo ripreso anche in un lavoro di ricerca. Si trova in Educatori e pedagogisti. Senso dell’agire educativo e riconoscimento professionale, il volume curato da Vanna Iori. A scriverlo è Antonella Arioli, la quale racconta un’intervista a una professionista che lavora con adolescenti in difficoltà, famiglie e scuole. Quando deve presentarsi, non le basta dire «sono una pedagogista»; anzi, la donna descrive il contesto e le persone con cui collabora, ma fatica a dare un nome preciso alla propria identità professionale. Da quell’incontro nasce una riflessione che mi sembra ancora molto vicina: «è raccontando ciò che facciamo che possiamo definire chi siamo».
Ecco. Se a volte facciamo fatica a definirci noi stessi, come possiamo aspettarci che gli altri sappiano riconoscerci?
Del nostro lavoro conosciamo la complessità, le sfumature, le differenze tra contesti e ruoli. Quando qualcuno ci chiede che cosa facciamo, però, può capitare che tutta questa ricchezza diventi una spiegazione lunghissima. Alla fine abbiamo raccontato il servizio in cui lavoriamo, l’utenza, l’équipe, il progetto. Chi ci ascolta ha capito anche per che cosa potrebbe rivolgersi a noi?
È una domanda che faccio anche a me stesso.
Marco Vanzini per Impegno Sociale
Riferimenti
- Antonella Arioli, Interconnessioni: il lavoro educativo e la cura dell’intero, in Vanna Iori (a cura di), Educatori e pedagogisti. Senso dell’agire educativo e riconoscimento professionale, Erickson, 2018, pp. 55–71.
- Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi — La professione psicologica.
- Camera dei deputati — Le professioni pedagogiche ed educative nella legge 55/2024.