Tra le ragioni che ci hanno portato nel sociale e quelle che, oggi, ci fanno restare.
Marco Vanzini per Impegno Sociale
Magari te lo chiedi alla fine di una giornata in cui avevi programmato due cose e hai dovuto farne quattrocento. Oppure dopo una riunione dalla quale esci con più dubbi di prima.
Ma chi me l’ha fatto fare?
Questo lavoro, a un certo punto, lo abbiamo scelto. O almeno abbiamo scelto di provare. Ma che cosa stavamo cercando?
Quando proviamo a spiegare perché lavoriamo nel sociale, «mi piace aiutare gli altri» può sembrare una risposta sufficiente. Eppure lascia aperte parecchie domande: aiutare chi? In che modo? E perché farne una professione?
Per alcuni di noi tutto è cominciato da un incontro, da un’esperienza familiare o da un’attività di volontariato. Per altri da un corso di studi che incuriosiva, dall’interesse per le relazioni, dalla ricerca di un lavoro nel quale sentirsi utili. A volte, semplicemente, da un’occasione.
Non credo serva assegnare un premio alla motivazione più nobile. Arrivare attraverso un’occasione non rende una scelta meno seria, così come sentirsi chiamati non garantisce, da solo, di saper lavorare bene.
Insomma, in qualche modo siamo qui. Ma che cosa è cambiato da quei primi giorni? Quanto assomiglia la nostra giornata concreta al lavoro che avevamo immaginato?
Io, per esempio, sono entrato nel sociale pensando che consistesse soprattutto nell’assistenza quotidiana alle persone con disabilità. Nella mia testa, il lavoro era fatto anche di sostituzione: se una persona non sa fare una cosa, la faccio io al posto suo. Il mio sguardo era limitato alla mia esperienza. Di quello che esisteva al di fuori della mia piccola bolla, ignoravo quasi tutto.
Con il tempo ho conosciuto molti più ambiti di intervento e ho rivisto quell’idea. Ho capito quanto conti creare le condizioni perché una persona possa fare, scegliere e partecipare. Oggi vedo possibilità di lavoro educativo anche in contesti nei quali questa figura è ancora poco presente.
Conoscere meglio questo lavoro mi ha convinto ancora di più di quanto sia necessario. Mi chiedo però quanto il suo valore venga riconosciuto anche fuori dal settore. Perché quel riconoscimento dovrebbe arrivare fino alle nostre giornate: al tempo per seguire le persone, al sostegno che riceviamo, allo stipendio a fine mese.
Si può continuare a credere in questo mestiere e cercare comunque un’altra strada. In Svizzera, uno studio pubblicato nel 2025 rileva che, fra i dimissionari di cui è noto il percorso successivo, circa il 30% ha cambiato anche professione. E trovare chi arriva non è scontato: in Italia, per il 2025, le imprese segnalavano difficoltà a reperire educatori professionali per il 56% degli ingressi programmati.
Per questo, tornare soltanto alle ragioni che ci hanno fatto iniziare non mi basta. Mi interessa capire che cosa è successo dopo: che cosa ci ha fatto cambiare idea, o ci ha dato nuove ragioni per restare.
È da qui che nasce la nuova indagine di Impegno Sociale sulla scelta del lavoro sociale ed educativo, aperta anche a chi ha lasciato il settore.
«Ma chi me l’ha fatto fare?» può restare uno sfogo. Oppure diventare l’inizio di un racconto.
Il tuo, per esempio, da dove comincia?
La tua esperienza nella ricerca
Se hai almeno 18 anni e lavori o hai lavorato nelle professioni sociali, educative o pedagogiche in Italia o nel Canton Ticino, puoi partecipare al questionario. La compilazione richiede circa 10–13 minuti.
Racconta la tua scelta: partecipa al questionario
Informazioni sull’indagine: pagina Ricerca di Impegno Sociale
Fonti
SAVOIRSOCIAL–SASSA (2025), Studio sul personale qualificato nel settore sociale, p. 58. Il dato sui cambi di professione riguarda le dimissioni del 2023, limitatamente ai casi di cui i datori di lavoro conoscevano il percorso successivo.
Unioncamere, Sistema Informativo Excelsior, Educatori professionali: dati 2025. Il 56% riguarda la difficoltà di reperimento segnalata dalle imprese per gli ingressi programmati.
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